
FOTOGRAFARE A RAJA AMPAT
Essere equipaggiati al meglio tra wide, macro e decisioni rapide sott’acqua
Test delle nuove lenti Nauticam FCP-1 e MFO-3
Raja Ampat non è un luogo dove “si fanno belle foto” ma è un posto dove la capacità di portare a casa una bella fotografia subacquea viene messa al dura prova.
La biodiversità è estrema, i soggetti cambiano scala continuamente e le immersioni non ti concedono il lusso di tornare indietro, le situazioni di scatto non ti danno molto tempo per ragionare e se non sei pronto sia mentalmente che con la giusta attrezzatura l’occasione passa e Raja Ampat non aspetta.

Un viaggio fotografico effettuato in liveaboard rappresenta probabilmente il modo migliore per esplorare queste splendide acque. La barca diventa allo stesso tempo base operativa, alloggio, camera room e piattaforma di immersione, permettendo di raggiungere siti remoti che difficilmente sono accessibili con le classiche uscite giornaliere.
La vita a bordo segue un ritmo semplice e molto efficace: immersione, pausa, analisi delle immagini, nuova immersione. In una singola giornata si possono effettuare fino a quattro immersioni, spesso in ambienti molto diversi tra loro. È un ciclo continuo che permette di lavorare con calma, osservare i risultati e adattare progressivamente il proprio approccio fotografico.
Dopo qualche giorno di questo ritmo ci si accorge che il liveaboard non è solo un modo diverso di viaggiare, ma un vero e proprio laboratorio fotografico galleggiante.
La combinazione tra la varietà dei siti d’immersione e la possibilità di poter fare molte immersioni consecutive ha creato un contesto ideale in cui ho potuto lavorare con calma sull’attrezzatura per poter sperimentare nuove soluzioni.
È stato proprio in queste contesto che ho potuto testare a fondo le due lenti Nauticam progettate per ampliare le possibilità operative del fotografo subacqueo: la FCP-1 – Fisheye Conversion Port e la MFO-3 – Mid-Range Focus Optimizer.
Due strumenti molto diversi tra loro, ma accomunati dallo stesso obiettivo: offrire maggiore flessibilità quando l’ambiente richiede diversificazioni degli scatti e tante opportunità.
(Canon R6, Nauticam NA-R6, Canon RF 14-35mm f/4 L IS USM, Nauticam FCP-1, f/22, 1/200s, ISO 100)
Nauticam FCP-1

Fisheye Conversion Port
La FCP-1 è una lente di conversione fisheye progettata per ottenere un campo visivo estremamente ampio (170°) partendo da obiettivi grandangolari lineari.
L’idea alla base è permettere al fotografo di lavorare con prospettive molto spinte mantenendo una buona qualità ottica anche in condizioni tipicamente difficili come quelle subacquee.
A Raja Ampat questo tipo di ottica trova terreno fertile. Reef complessi, coralli molto sviluppati e grandi quantità di pesce rendono il classico fisheye fisso a volte un po’ limitato, mentre avere un minimo di zoom e poter passare anche alle close focus wide angle a seconda delle necessità amplia le nostre possibilità fotografiche e soprattutto non ci fa perdere preziose opportunità.
Per testare la Nauticam FCP-1 ho utilizzato sulla mia Canon R6 l’obiettivo Canon RF 14-35mm f/4 L IS USM, una combinazione che si è dimostrata particolarmente interessante sia per qualità ottica sia per velocità operativa sott’acqua.
Alla focale di 14 mm l’immagine prodotta è circolare, mentre è necessario zoomare fino a circa 28 mm per ottenere il frame completo con un angolo di campo di circa 170°. Proseguendo fino a 35 mm è possibile ottenere un leggero ingrandimento del soggetto, utile per avvicinare visivamente elementi della scena senza perdere completamente il contesto ambientale.
La filosofia della FCP-1 è proprio questa: trasformare uno zoom standard in una sorta di fisheye zoom subacqueo, ampliando in modo significativo le possibilità creative durante la stessa immersione.
Partendo da un campo visivo estremamente ampio è possibile restringere progressivamente l’inquadratura e adattarsi a situazioni molto diverse, passando da scenari di reef ampi a ritratti di pesci o soggetti di dimensione intermedia.

Un altro aspetto molto interessante è la capacità della lente di lavorare molto vicino al soggetto.
Come per altre lenti sviluppate da Nauticam, la FCP-1 permette infatti di mettere a fuoco praticamente dal vetro frontale fino all’infinito. Questo la rende particolarmente efficace per la tecnica del close focus wide angle o macro ambientate dove soggetti molto vicini alla lente vengono inseriti in una scena ampia che mantiene leggibile l’ambiente circostante.
Dal punto di vista della qualità ottica, i risultati sono molto convincenti, soprattutto lavorando con diaframmi relativamente chiusi tra f/11 e f/16, valori che garantiscono una buona profondità di campo e mantengono nitida l’intera scena. Anche la gestione delle aberrazioni cromatiche e dei riflessi risulta molto buona: non emergono fringing evidenti nelle riprese contro luce.
Va inoltre sottolineato che la funzione zoom può essere sfruttata in modo ancora più flessibile utilizzando altre ottiche compatibili, come il Canon RF 24-50mm oppure il Canon EF 28-80mm, che permettono di gestire con maggiore gradualità il passaggio da inquadrature molto ampie a composizioni più strette.
Nel complesso la Nauticam FCP-1 si dimostra una soluzione estremamente versatile per la fotografia grandangolare subacquea: un sistema capace di combinare l’impatto visivo di un fisheye con la flessibilità operativa di uno zoom, permettendo al fotografo di adattarsi rapidamente alle diverse situazioni che possono presentarsi durante la stessa immersione.
La lente ci permette di costruire immagini immersive, dove il soggetto principale rimane forte ma il contesto ambientale resta protagonista.
Non è una lente universale, ma uno strumento pensato per chi ama lavorare vicino ai soggetti e sfruttare prospettive molto dinamiche.
Durante le immersioni ho trovato particolarmente utile anche la forma e la lunghezza della FCP-1. Rispetto ai classici dome port la lente sporge maggiormente in avanti e questo permette di avvicinare ed avanzare molto i nostri flash all’asse dell’obiettivo senza creare ombre indesiderate.
Quando si lavora in close focus wide angle, con il soggetto molto vicino alla lente e il reef o l’ambiente sullo sfondo, questa possibilità diventa davvero preziosa. Avere i flash più vicini al punto di ripresa aiuta a illuminare meglio il primo piano e rende più semplice controllare la luce.
Un altro vantaggio pratico è che questa configurazione facilita anche il posizionamento dei flash per contenere la sospensione, un aspetto sempre critico quando si lavora con ottiche fisheye e campi visivi così ampi, potendoli orientare con maggiore precisione e tenerli leggermente più avanzati rispetto ad una configurazione classica con il fisheye,così da risultare più facile evitare di illuminare le particelle in sospensione e ridurre il rischio di backscatter.
In pratica, durante questo viaggio ho trovato che questa configurazione rende più semplice gestire l’illuminazione, soprattutto in ambienti ricchi e complessi come i reef di Raja Ampat.

Nauticam MFO-3
Mid-Range Focus Optimizer
Se la FCP-1 nasce per ampliare le possibilità nel grandangolo, la Nauticam MFO-3 affronta un problema completamente diverso ma molto comune nella fotografia subacquea: la gestione dei soggetti che non rientrano perfettamente nelle categorie classiche di macro o wide.
Chi fotografa sott’acqua lo sa bene. Non sempre i soggetti sono abbastanza piccoli da giustificare un macro estremo, ma allo stesso tempo non sono nemmeno abbastanza grandi per un grandangolo. Pesci di barriera, anemoni, piccoli crostacei, dettagli del reef: situazioni molto frequenti in cui un macro più lungo rischia di risultare troppo “stretto”.
La MFO-3 è stata progettata proprio per affrontare questo tipo di scenario.
Si tratta di una lente pensata per essere utilizzata davanti a obiettivi macro lunghi (90mm, 100mm, 105mm). Il suo scopo non è aumentare l’ingrandimento, come avviene con le classiche diottrie macro, ma modificare il comportamento ottico dell’obiettivo per renderlo più versatile sott’acqua.
In pratica la lente trasforma un ottica macro lunga in qualcosa di più simile a un macro medio da 60mm , ampliando il campo visivo e rendendo la distanza di lavoro molto più gestibile.
Uno degli effetti più evidenti dell’utilizzo della MFO-3 è l’aumento del campo visivo permettendo di includere una parte maggiore dell’ambiente circostante.
Questo rende possibile costruire immagini meno isolate e più narrative, dove il soggetto resta protagonista ma il contesto non scompare completamente.
Un altro aspetto interessante riguarda la distanza di lavoro. Con la MFO-3 l’obiettivo può mettere a fuoco da distanza molto ravvicinata fino a circa un metro e mezzo, offrendo una grande libertà nella gestione della scena.
Questo diventa particolarmente utile con soggetti timidi o in movimento, dove avvicinarsi troppo può significare perdere lo scatto. La maggiore distanza operativa consente invece di lavorare con più calma e precisione.

Uno degli ambiti in cui la MFO-3 viene utilizzata con grande successo è la fotografia blackwater. In queste immersioni i soggetti sono spesso piccoli, trasparenti e in continuo movimento, rendendo la messa a fuoco una delle sfide principali.
La capacità della lente di lavorare su una gamma di distanze molto ampia permette di seguire il movimento del soggetto in modo più fluido, mantenendo l’autofocus stabile anche quando la distanza cambia rapidamente.
L’ingrandimento massimo rimane comunque significativo, sufficiente per lavorare sui dettagli senza trasformare l’immagine in una macro più estrema. Il risultato è una resa molto equilibrata, che si presta bene a soggetti di dimensione media e a composizioni più naturali.
Come altre lenti wet di Nauticam, anche la MFO-3 può essere montata su sistemi flip o a baionetta e inserita o rimossa facilmente durante la stessa immersione.
Questo significa poter passare rapidamente da un macro tradizionale a una configurazione più aperta, adattandosi ai soggetti che si incontrano lungo la stessa immersione.
In ambienti ricchi e imprevedibili come Raja Ampat, questa flessibilità può fare davvero la differenza.
Guardando alle due lenti nel loro insieme, è evidente che FCP-1 e MFO-3 non nascono per sovrapporsi, ma per risolvere due problemi diversi della fotografia subacquea.
La FCP-1 lavora agli estremi del grandangolo. È una lente pensata per chi vuole immergere il soggetto nel suo ambiente, sfruttare prospettive molto spinte e costruire immagini in cui il reef, la luce e il contesto diventano parte integrante della composizione. In ambienti ricchi e scenografici come Raja Ampat, questo approccio permette di restituire la scala e la complessità dell’ecosistema.
La MFO-3, al contrario, agisce nella zona più sfumata della fotografia subacquea: quella dei soggetti di dimensione intermedia. Non punta all’ingrandimento estremo, ma alla versatilità, trasformando un macro lungo in uno strumento più flessibile e capace di includere una parte dell’ambiente nella scena.
Un ambiente come Raja Ampat è probabilmente uno dei luoghi migliori per mettere alla prova questo tipo di soluzioni. La varietà dei soggetti e la densità di vita marina rendono quasi impossibile prevedere cosa si incontrerà durante una singola immersione.

È proprio in situazioni come queste che emerge il valore di un sistema fotografico flessibile. Non tanto per avere l’attrezzatura “perfetta”, ma per essere equipaggiati nel modo più intelligente possibile per affrontare ciò che si presenterà sott’acqua. In acque così ricche e con condizioni di immersione e visibilità spesso variabili, l’approccio migliore è cercare di lavorare con una mentalità aperta: osservare, adattarsi e sfruttare al meglio ogni opportunità.
Questo significa anche imparare a semplificare le scelte prima di entrare in acqua; Ma soprattutto essere coscienti del fatto che dove la quantità di vita marina può cambiare completamente la scena in pochi minuti, avere una configurazione che permetta un certo grado di adattabilità può fare la differenza tra tornare in superficie con una buona immagine o con la sensazione di aver perso l’occasione.
Un altro aspetto importante è non pensare solo al soggetto, ma anche alla scena. Molto spesso questi reef offrono composizioni naturali straordinarie: coralli, gorgonie, banchi di pesce, giochi di luce e creando contesti perfetti per raccontare l’ambiente. In queste situazioni un sistema che permetta di passare rapidamente da un’inquadratura ampia a un soggetto più specifico aiuta a sfruttare meglio le opportunità che si presentano durante la stessa immersione.
In un viaggio fotografico in un luogo straordinario come Raja Ampat, dove ogni immersione può riservare incontri inattesi, questa combinazione di approcci offre qualcosa di molto semplice ma fondamentale: più libertà di raccontare quello che succede sott’acqua.
E alla fine, per chi fotografa il mare, è esattamente questo che conta.

















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